2 ottobre 2026 · 5 min di lettura · Max Foroni

Ferie illimitate: funzionano solo se c'è fiducia reale

Condividi
Ferie illimitate: funzionano solo se c'è fiducia reale

Ho letto l’articolo di Forbes Italia a fine settembre e ho fatto quello che faccio spesso: l’ho mandato a tre imprenditori che conosco bene, senza commento. Solo il link.

Le risposte? Una risata, un emoji con gli occhi al cielo, e un messaggio scritto alle 22:47 di sera: “Bello per loro. Io non so nemmeno quante ore ha fatto il mio magazziniere questo mese.”

Ecco, questo mi dice tutto.

Il caso di Bending Spoons — l’azienda tech milanese che ha eliminato ogni tetto massimo alle ferie, permettendo ai dipendenti di prendersi tutti i giorni che vogliono, e che monitora persino chi non ne prende abbastanza per capire se ci sono blocchi nascosti — è affascinante. È visionario. Ed è completamente irraggiungibile, nell’immediato, per il 90% delle imprese italiane.

Ma il problema non è che le PMI non possano permettersi le ferie illimitate. Il problema è che molte non si sono ancora fermate a chiedersi: i miei collaboratori stanno bene? So cosa succede davvero dentro la mia azienda?

Il divario che nessuno vuole ammettere

Bending Spoons ha un reparto HR che monitora i pattern di riposo dei dipendenti. Ha sistemi, dati, persone dedicate a questo.

La PMI media italiana ha un imprenditore che fa anche da HR, da commerciale, da responsabile produzione e spesso da autista quando serve. Non per pigrizia o mancanza di visione: semplicemente perché le risorse sono quelle che sono, e ogni giornata è già piena prima di cominciare.

Il risultato? Si lavora dentro l’azienda, non sull’azienda. E le persone — i collaboratori — diventano ingranaggi da far girare, non risorse da coltivare.

Non lo dico per accusare nessuno. Lo dico perché in trent’anni ho affiancato oltre 500 imprenditori, e questo schema lo conosco a memoria. È lo schema di chi ama il proprio lavoro, si fida del proprio istinto, e spesso non si rende conto di quanto stia chiedendo agli altri — e a sé stesso.

Il burnout nelle PMI non finisce sui giornali

Il burnout nelle grandi aziende tech finisce su Forbes. Quello nelle piccole imprese finisce in un tasso di assenteismo che sale, in collaboratori che si fanno sempre meno propositivi, in dimissioni che arrivano “a sorpresa” ma che in realtà erano annunciate da mesi — solo che nessuno aveva guardato i segnali.

Ho conosciuto Valentina, responsabile amministrativa in un’azienda manifatturiera con quaranta dipendenti. Brava, precisa, affidabile. Dopo sei anni, si è licenziata. Il titolare era convinto che stesse bene: non si lamentava mai, non faceva richieste particolari, arrivava sempre puntuale.

Quando le ho chiesto perché fosse andata via, mi ha risposto con una frase che mi è rimasta: “Non è che stavo male. È che non stavo da nessuna parte.”

Nessuno le aveva mai chiesto come stava. Nessuno aveva mai discusso del suo futuro in quell’azienda. Nessuno aveva mai riconosciuto il suo contributo con qualcosa di più di un “bravi tutti” nelle riunioni di fine anno.

Non c’era burnout eclatante. C’era qualcosa di più silenzioso e forse più pericoloso: l’invisibilità.

Come organizzare meglio il lavoro in azienda (senza copiare le big tech)

La tentazione, leggendo di Bending Spoons, è di cadere in due trappole opposte: o sognare di poter fare lo stesso, oppure liquidare tutto con un “roba da grandi aziende, non fa per noi”.

Nessuna delle due è utile.

Quello che le PMI possono — e devono — fare è più concreto e più alla portata di quanto si pensi. Non serve un dipartimento HR da dieci persone. Serve un cambio di mentalità nella gestione quotidiana delle persone.

Ecco da dove partire:

1. Misurare quello che conta davvero. Quante ore straordinarie accumula ogni collaboratore ogni mese? Chi non prende ferie da sei mesi? Chi arriva sempre presto ma produce sempre meno? I dati non mentono. Il problema è che spesso nelle PMI non vengono raccolti. Un foglio Excel aggiornato ogni settimana vale già più di mille intuizioni.

2. Creare momenti di ascolto strutturato. Non i classici “se hai problemi vieni da me”. Quelli non funzionano quasi mai, perché chi ha un problema raramente bussa alla porta del capo spontaneamente. Funzionano meglio i colloqui individuali regolari — anche brevi, anche informali — in cui si chiede davvero come sta andando, cosa funziona, cosa no.

3. Riconoscere il contributo in modo esplicito. I collaboratori non lavorano solo per lo stipendio. Lavorano per sentirsi parte di qualcosa, per vedere che il loro impegno conta. Un riconoscimento sincero, specifico e tempestivo vale spesso più di un bonus.

4. Separare il tempo dal risultato. Una delle radici del burnout nelle PMI è la cultura delle ore: chi fa più ore è quello che si impegna di più. Falso. Anzi, spesso è il contrario. Imparare a valutare le persone per quello che producono — non per quanto tempo stanno sedute — è un passo culturale enorme, ma necessario.

5. Formare chi gestisce le persone. Qui arrivo a un punto che mi sta molto a cuore. Un imprenditore o un manager che sa comunicare con chiarezza, che sa dare feedback, che sa motivare senza urlare e convincere senza imporre, cambia il clima di un’intera azienda. Non è una dote innata. È una competenza che si allena. E sì, anche la capacità di parlare in modo efficace di fronte al proprio team — quello che si impara, ad esempio, in il corso di Public Speaking — fa parte di questo percorso.

La vera domanda che gli imprenditori dovrebbero porsi

Bending Spoons può monitorare chi non prende abbastanza ferie perché ha costruito una cultura aziendale in cui il benessere delle persone è un valore misurabile, non uno slogan da PowerPoint.

Le PMI italiane non sono lì. Molte sono lontane. Ma questo non significa che non possano muoversi in quella direzione, un passo alla volta.

La domanda che invito ogni imprenditore a farsi — non tra un anno, adesso — è questa: se i miei collaboratori avessero la certezza di nessuna conseguenza, cosa mi direbbero di cambiare?

La risposta potrebbe essere scomoda. Ma è quella risposta che separa chi gestisce un’azienda da chi la guida davvero.

Lo so per esperienza: le aziende che crescono in modo sano non sono quelle che hanno le politiche HR più avanzate. Sono quelle in cui le persone si sentono viste, ascoltate e utili.

Partire da lì costa zero. Ed è già tutto.

Condividi