Stress da impresa: il 41% ha pensato di chiudere tutto

Ho letto i dati dell’indagine SumUp di ottobre 2025 e mi sono fermato qualche minuto prima di andare avanti. Non perché mi abbiano sorpreso, ma perché ho riconosciuto, in quei numeri, decine di conversazioni che ho avuto negli ultimi anni con imprenditori che non riuscivano a dirmi apertamente come stessero davvero.
L’indagine ha coinvolto 1.500 tra commercianti, ristoratori e piccoli imprenditori italiani. Il risultato più pesante: il 41,7% ha pensato di chiudere la propria attività a causa dello stress legato alla gestione quotidiana. Non per una crisi di mercato, non per un crollo dei ricavi, non per la concorrenza. Per lo stress. E il 36,4% si sente spesso solo nel proprio ruolo, a rischio burnout.
Se lavori con le piccole imprese da trent’anni come faccio io, questi numeri non ti scioccano sul piano razionale. Ma ti colpiscono sul piano umano, perché mettono nero su bianco qualcosa che nella cultura imprenditoriale italiana fa ancora fatica a emergere.
L’imprenditore forte: un mito che fa danni
Esiste un racconto diffuso, quasi mitologico, attorno alla figura dell’imprenditore. Quello che non si lamenta, che trova sempre una soluzione, che regge quando gli altri cedono. È un racconto che in parte ha una sua utilità: serve a dare identità, a costruire resilienza, a tenere la barra dritta nei momenti difficili.
Ma diventa dannoso quando trasforma il silenzio in una virtù e la fatica in qualcosa di cui vergognarsi.
Federica, una titolare di una piccola impresa nel settore dei servizi con cui ho lavorato qualche anno fa, me lo disse con una semplicità disarmante: «Max, non ho mai detto a nessuno che stavo male. Avevo paura che pensassero che non ero in grado di gestire la situazione». Nel frattempo andava avanti da sola, con undici dipendenti sulle spalle, clienti da gestire e una burocrazia che le mangiava tre mattine a settimana.
Federica non era fragile. Era esausta. E quella distinzione conta moltissimo.
Da dove arriva davvero la pressione
L’indagine SumUp identifica le principali fonti di pressione per i piccoli imprenditori italiani. La burocrazia e il contesto normativo guidano la classifica con il 41,9%. Seguono il carico operativo e amministrativo al 33,6% e le pressioni finanziarie al 27,2%.
Nota bene: il mercato, la concorrenza, i clienti difficili non compaiono in cima. Compaiono invece le cose che tolgono tempo, energia mentale e senso di controllo senza produrre nulla di visibile. La burocrazia non ti fa crescere. Il carico amministrativo non ti avvicina ai tuoi obiettivi. Eppure assorbono risorse cognitive enormi, ogni giorno.
Questo è un punto che molti sottovalutano quando parlano di stress imprenditoriale. Non si tratta solo di lavorare tanto. Si tratta di lavorare tanto su cose che non dovrebbero essere compito tuo, che non ti appassionano, che senti come ostacoli piuttosto che come contributi alla tua missione. Quella è una forma di svuotamento molto specifica, e chi la vive sa esattamente di cosa parlo.
Il costo del silenzio
Solo il 15% degli intervistati dichiara di non provare stress. Significa che il restante 85% convive con livelli variabili di pressione psicologica. Eppure, quante di queste persone ne parlano apertamente con qualcuno? Con un collega, un consulente, un socio, un familiare?
Il silenzio ha un costo concreto. Non è una questione astratta di benessere personale, anche se già quella sarebbe ragione sufficiente per occuparsene. Il silenzio incide sulle decisioni, sulla capacità di delegare, sulla qualità delle relazioni con il team, sulla lucidità con cui si leggono i segnali del mercato.
Un imprenditore esausto prende decisioni peggiori. Tende a rimandare quelle difficili, a reagire invece che anticipare, a isolarsi proprio quando avrebbe bisogno di confrontarsi. Ho visto questa dinamica ripetersi tante volte da riconoscerla quasi subito, anche quando l’interlocutore non la nomina esplicitamente.
Cosa si può fare, concretamente
Non ho una risposta semplice, e diffido di chi la offre. Ma ho qualche osservazione che deriva dall’aver affiancato oltre 500 imprenditori in trent’anni di lavoro.
Il primo passo, quasi sempre, è riconoscere la situazione per quello che è. Non «sono stanco, ma ce la faccio». Non «è un periodo difficile, poi passa». Riconoscere che lo stress cronico non è una fase transitoria ma uno stato che richiede intervento attivo.
Il secondo passo è lavorare sulla struttura, non solo sulle emozioni. Spesso la fatica ha radici organizzative precise: ruoli poco definiti, delega assente o mal gestita, processi che dipendono troppo dal titolare. Riorganizzare queste aree alleggerisce il carico in modo strutturale, non temporaneo.
Il terzo elemento, e qui tocco qualcosa che incontro spesso nel mio lavoro, riguarda la comunicazione. Molti imprenditori portano tutto dentro perché non si sentono capaci di condividere le difficoltà con il team senza perdere autorevolezza, o di comunicare sotto pressione senza trasmetterla agli altri. Imparare a comunicare in modo chiaro, anche nei momenti di tensione, è una competenza che si costruisce. Non è un talento innato. Su questo, per esempio, lavoro spesso insieme a imprenditori che frequentano il corso di Public Speaking, dove una parte importante riguarda proprio la comunicazione autentica e gestita, non la performance.
Il quarto elemento è smettere di operare in isolamento. Il 36,4% degli intervistati si sente solo nel proprio ruolo. Quella solitudine non è inevitabile. Cercare confronto con altri imprenditori, lavorare con consulenti che conoscono davvero il contesto delle PMI, costruire una rete di riferimento: sono mosse concrete che incidono sulla percezione di controllo e sulla qualità delle decisioni.
Un cambio di prospettiva che è anche culturale
I dati SumUp fotografano un problema reale e diffuso. Ma fotografano anche qualcosa di più sottile: il fatto che il 41,7% degli imprenditori italiani abbia pensato di chiudere per lo stress non è una notizia sul mercato del lavoro. È una notizia sulla cultura imprenditoriale italiana, su cosa si aspetta da chi guida un’azienda e su quanto spazio esiste per riconoscere la fatica senza sentirsene sminuiti.
Cambiare questo non è responsabilità solo dei singoli. Ma i singoli possono iniziare da se stessi, dal modo in cui leggono la propria situazione, da chi scelgono di avere accanto, da come strutturano il lavoro per renderlo sostenibile nel tempo.
Chi guida un’azienda non deve essere invulnerabile. Deve essere lucido. E la lucidità, a differenza dell’invulnerabilità, si costruisce e si protegge.