19 ottobre 2026 · 5 min di lettura · Max Foroni

Passaggio generazionale: il rischio che nessuno vede

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Passaggio generazionale: il rischio che nessuno vede

Ho letto il report Page Executive sulla compensazione e i trend del talento per il 2026 e ho dovuto rileggere un dato due volte. Non perché fosse difficile da capire, ma perché mi ha fatto pensare a quante aziende conosco che stanno sedute su una polveriera senza saperlo.

Il dato è questo: il 95% dei manager italiani interpellati si dice aperto a valutare nuove opportunità professionali. E tra questi, tre su dieci non si vedono nello stesso ruolo tra dodici mesi. Lo studio ha coinvolto circa 400 C-level executive e senior leader in Italia, ed è stato pubblicato a luglio 2026.

Nove manager su dieci con un piede fuori dalla porta. Tre su dieci che, con ogni probabilità, se ne andranno entro l’anno.

Se gestisci una piccola o media impresa e hai due o tre figure chiave attorno a te, fermati un secondo a fare il calcolo.

Il problema che gli imprenditori rimandano sempre

Quando incontro un imprenditore per la prima volta, la successione manageriale è quasi sempre un argomento che emerge tardi nella conversazione. Si parla di produzione, di margini, di clienti, di personale operativo. Poi, quasi per caso, salta fuori che il direttore commerciale è lì da vent’anni e non ha mai formato nessuno. Oppure che il responsabile di produzione conosce certi processi a memoria, ma quella memoria non è scritta da nessuna parte.

La risposta più comune, quando lo faccio notare, è una variante della stessa frase: «Per ora regge, poi vediamo».

Il problema è che il «poi» di cui parlano questi imprenditori sta diventando «adesso» per molti di loro. I dati del report Page Executive certificano qualcosa che chi lavora da anni nel mondo HR percepiva già: la fedeltà aziendale dei manager non è più una variabile su cui si può fare affidamento passivo. Il mercato si è mosso, le aspettative sono cambiate, e le figure senior che oggi siedono nelle tue riunioni stanno ricevendo offerte, aggiornando il profilo LinkedIn, parlando con recruiter.

Non è una critica a loro. È semplicemente il mercato del lavoro nel 2026.

Perché la PMI è più esposta delle grandi aziende

Le grandi organizzazioni hanno strutture di talent management, piani di successione formali, programmi di sviluppo interno. Sono macchinosi, spesso burocratici, ma esistono. Quando un dirigente lascia, c’è quasi sempre qualcuno che è stato preparato, anche solo parzialmente, a raccogliere il testimone.

Nella PMI questo meccanismo non esiste quasi mai. La figura chiave è chiave proprio perché concentra su di sé competenze, relazioni e decisioni che nessun altro nell’organizzazione padroneggia. È una persona insostituibile, e questa insostituibilità, che spesso viene vissuta come un valore, è in realtà una vulnerabilità strutturale.

Prendo un esempio concreto. Francesca è la responsabile amministrativa di un’azienda manifatturiera con cui ho lavorato qualche anno fa. Tredici anni in azienda, conosceva ogni cliente, ogni accordo informale, ogni scadenza critica. Quando ha deciso di accettare un’offerta da un competitor, l’imprenditore ha scoperto che nessuno sapeva dove fossero certi file, come gestire determinate situazioni con la banca, come interpretare alcune voci del bilancio. Tre mesi di caos, rapporti tesi con fornitori, un paio di errori costosi. Tutto evitabile, se si fosse lavorato per tempo su una struttura meno dipendente dalla singola persona.

Come gestire il passaggio generazionale in azienda prima dell’emergenza

Il passaggio generazionale viene spesso associato al momento in cui l’imprenditore-fondatore lascia la guida ai figli o a un management esterno. Ma nella realtà delle PMI il tema è molto più quotidiano di così. Ogni volta che una figura senior lascia l’azienda, si apre una forma di vuoto generazionale: di competenze, di relazioni, di cultura organizzativa.

Lavorare su questo tema non significa costruire organigrammi teorici o fare piani pluriennali che nessuno leggerà. Significa fare alcune cose concrete e fattibili anche in aziende piccole.

Prima di tutto, mappare le dipendenze critiche. Chi sa cosa, nella tua organizzazione? Quali decisioni passano obbligatoriamente da una sola persona? Quali processi esistono solo nella testa di qualcuno? Questa analisi, anche informale, è il punto di partenza.

Secondo, identificare chi potrebbe crescere. Non sempre c’è un candidato interno ovvio, ma spesso c’è qualcuno con potenziale che non è mai stato sviluppato perché non se ne è sentita la necessità. Aspettare che la necessità diventi urgenza significa partire già in ritardo.

Terzo, formalizzare le conoscenze. Non servono manuali enciclopedici. Bastano processi documentati, affiancamenti strutturati, momenti in cui chi sa trasferisce a chi impara. È un investimento di tempo, ma è reversibile. La perdita di una figura chiave senza successore non lo è.

Infine, e questo è forse il punto più scomodo, parlare apertamente con i propri manager delle loro aspettative. So che molti imprenditori evitano questa conversazione per paura di «mettere delle idee in testa». Ma il report Page Executive ci dice che quelle idee ci sono già. La conversazione aperta serve a capire cosa trattiene e cosa spinge via, e a intervenire dove si può.

Il dato che dovrebbe cambiare la priorità

Tre executive su dieci che non si vedono nel loro ruolo tra un anno: questo dato merita di essere trattato come un indicatore di rischio, non come una curiosità statistica.

Se la tua azienda ha cinque figure manageriali, la probabilità che almeno una di queste stia già guardando altrove è concreta. Se ne ha dieci, quasi certa.

Capisco che la gestione quotidiana assorba tutto. Le urgenze operative battono sempre le priorità strategiche, e la successione manageriale è per definizione qualcosa che «si fa quando c’è tempo». Il punto è che il tempo non lo scegli tu: lo sceglie chi decide di andarsene.

Da oltre trent’anni lavoro con imprenditori e manager di PMI, e posso dire con certezza che il costo di una crisi da vuoto manageriale è quasi sempre molto più alto di quello che sarebbe costato prevenirla. In termini economici, certo, ma anche di stress, di perdita di clienti, di fiducia del team.

La soluzione non è tenere i manager a tutti i costi, spesso non è nemmeno possibile. La soluzione è costruire un’organizzazione che regga anche quando le persone, inevitabilmente, cambiano.

Se vuoi approfondire come sviluppare le competenze delle tue figure interne per renderle pronte a crescere, tra gli strumenti che uso spesso con i team manageriali c’è anche il corso di Public Speaking, perché saper comunicare con chiarezza è una delle prime competenze che un futuro leader deve padroneggiare.

Il dato del 95% è scomodo. Ma è anche un’occasione per smettere di rimandare una conversazione che, prima o poi, ogni PMI dovrà fare con se stessa.

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