10 settembre 2026 · 3 min di lettura · Massimiliano Foroni

Boomer, X, Millennial e Z nello stesso capannone

Boomer, X, Millennial e Z nello stesso capannone

In azienda hai un capo reparto di sessantadue anni che non ha mai fatto un giorno di malattia in vita sua.

Hai un responsabile di quarantacinque anni che è arrivato lì perché nessun altro voleva quel posto.

Hai una di trentatré che ti ha chiesto di lavorare da casa il venerdì e tu hai detto no.

E hai un ragazzo di ventiquattro che alle 18 in punto è già in macchina.

Quattro persone, quattro modi diversi di guardare la stessa cosa. E tu che devi tenerli insieme.

Il problema non sono le etichette

Prima di andare avanti, una premessa che vale più di tutto il resto dell’articolo.

Le generazioni sono una scorciatoia. Utile per capire un contesto, inutile per capire una persona. Ci sono ventenni che si spaccano la schiena e sessantenni che contano i minuti. Se usi le categorie per prevedere il comportamento del singolo, sbagli.

Servono per un’altra cosa: capire con che aspettative sul lavoro è cresciuto qualcuno. Non chi è, ma cosa gli è stato raccontato che il lavoro dovesse essere.

E lì le differenze sono vere.

Cosa è stato promesso a ciascuno

A chi ha oggi sessant’anni è stato promesso che se restavi, l’azienda restava con te. Il posto fisso era un valore, non una comodità. Il sacrificio era normale e non si discuteva. L’autorità veniva dal ruolo: il capo era il capo perché era il capo.

A chi ne ha cinquanta è stato promesso lo stesso, ma è arrivato quando la promessa cominciava a incrinarsi. È la generazione che ha visto licenziare i propri padri e ha imparato a fidarsi un po’ meno. Cerca competenza: segue chi sa fare, non chi comanda.

A chi ne ha trentacinque non è stato promesso niente. È entrata nel mercato del lavoro in mezzo a una crisi, con contratti a termine e stipendi che non salivano. Ha imparato che l’azienda non è una famiglia, e si comporta di conseguenza. Cerca senso: vuole sapere a cosa serve quello che fa.

A chi ne ha venticinque è stato mostrato ogni giorno, sullo schermo, che si può guadagnare in mille modi diversi. Non ha nessun modello di carriera lineare in testa. Cerca chiarezza e riscontro rapido: vuole sapere subito se sta andando bene, perché è cresciuta in un mondo che glielo dice subito.

Cosa cambia per te

Non devi imparare quattro linguaggi.

Devi smettere di usare il tuo con tutti.

Il capo reparto di sessantadue anni non ha bisogno che tu gli spieghi il senso: ha bisogno che tu riconosca la sua competenza davanti agli altri, e non lo fai da tre anni.

Il ragazzo di ventiquattro non è svogliato perché alle 18 va a casa: ha bisogno di sapere entro venerdì se il lavoro di questa settimana è andato bene, e tu glielo dici a Natale.

Quella di trentatré non ti sta chiedendo un favore con lo smart working del venerdì: ti sta chiedendo se ti fidi di lei. La risposta che le hai dato è arrivata forte e chiara.

La cosa che li tiene insieme

C’è però un punto su cui tutte e quattro le generazioni dicono la stessa identica cosa, e lo dicono da sempre.

Vogliono essere trattate come persone adulte.

Sapere cosa ci si aspetta da loro. Sapere come stanno andando. Poter dire quello che pensano senza pagarne il prezzo. Vedere che chi guida fa quello che chiede agli altri.

Nessuna di queste quattro cose ha a che fare con l’anno di nascita.

E se le fai bene, scoprirai che le differenze generazionali di cui tutti parlano si riducono parecchio. Restano le differenze fra le persone, che ci sono sempre state e che sono un’altra faccenda.

La prova del nove

Prendi una decisione che hai preso di recente e che è stata accolta male. Chiediti come suona a ciascuna delle quattro persone che ho descritto all’inizio.

Non per accontentarle tutte: è impossibile e non è il tuo mestiere.

Per accorgerti che quella decisione l’hai spiegata a una sola di loro. Probabilmente a quella che ti somiglia di più.